giovedì 31 luglio 2014

C'ERA UNA VOLTA.... 3500 ANNI FA

C'era una volta..... 3500 anni fa
Nei tempi dei tempi che furono… iniziavano così le favole, un tempo… regnava in Egitto un Sovrano triste e sconsolato poiché non aveva figli. Tutti i giorni egli si recava al Tempio di Ammon a pregare affinché gliene mandasse uno.
Finalmente il dio di Tebe si mosse a compassione e cedette alle preghiere. Ad una condizione:
“Ti manderò un figlio. – disse – A patto che tu me lo restituisca all’età di diciotto anni.”
Voleva dire che a 18 anni il principe sarebbe morto.
“A prenderlo, - aggiunse – manderò un cane, un serpente o forse un coccodrillo.”
Voleva dire che il ragazzo sarebbe morto per il morso di uno di questi tre animali.
Il Re accettò.
Nato il bambino, però, l’idea di vederlo morire così giovane divenne per lui inaccettabile.
Che cosa fece, allora?
Fece costruire una torre in mezzo al deserto, con una sola piccola porta d’entrata e una stanza con finestrella e lì fece crescere il piccolo, separato dal resto del mondo e sorvegliato dal più fedele dei servitori.
Passarono dieci anni circa; il piccolo principe ignorava completamente le cose del mondo.
Primo insegnamento: senza studio e ricerca non c'é conoscenza.
Un mattino fu svegliato da un suono sconosciuto che l’attirò verso la finestra; vide una strana creatura che correva su e giù, sotto le mura.
“Chi è quella creatura?” chiese al servitore.
“E’ un puledro. – spiegò quegli – Fischia.”
Il ragazzo fischiò, il puledro nitrì; da quel giorno, il puledro venne ogni giorno a galoppare sotto la finestra e i due divennero grandi amici.
                   
Passarono gli anni; arrivò il diciassettesimo.
Un mattino, a svegliare il principe non fu solo il nitrito del suo amico cavallo, ma i nitriti di molti cavalli al galoppo e le voci di cavalieri in corsa.
“Chi sono quelle persone? – domandò il ragazzo al servo – E quello splendido animale che corre davanti ai cavalli, chi è? Come si chiama?”
“Sono cacciatori e quell’animale è un cane.” spiegò il servo.
“Ne voglio uno.” ordinò il principe.
Il servo, però, non poteva accontentarlo e si consigliò con il Re sul da farsi; alla fine, si decise di donargli un cucciolo, facendo attenzione che non lo mordesse e pensando di sostituirlo con un altro, appena fosse cresciuto.
La vicinanza, però e il reciproco rispetto fecero nascere una profonda amicizia fra il cucciolo e il piccolo principe, tanto da vanificare il pericolo della profezia.
Era così che gli Antichi Egizi si spiegavano l’amicizia tra cane e uomo: l’incontro tra un cucciolo d’uomo e un cucciolo di cane!

A questo punto, però, il ragazzo era cresciuto abbastanza da porsi delle domande sulla propria posizione. Mandò un messaggero dal Re.
“Padre, - fece chiedere – perché mi tieni qui, prigioniero?”
Il Re dovette metterlo a corrente del pericolo che incombeva su di lui se avesse lasciato quel rifugio sicuro.
Il principe rimandò indietro il messaggero:
“Padre. - fece dire – Tu sei il Faraone e anche il Sovrano più potente del mondo, ma se Ammon, che è la Divinità più potente fra gli Dei, ha deciso che io debba morire, nulla potrà salvarmi dal mio destino. Lascia che io esca dalla mia prigione e concedimi di conoscere il mondo prima che muoia per il morso di un serpente o di un coccodrillo. Il cane è diventato il mio miglior amico e non temo alcun danno da lui.”
Il Re cedette al desiderio del principe che con il servo, il cane e il puledro, cresciuto con lui, lasciò la torre e partì alla scoperta del mondo.
Dove poteva andare nei pochi mesi di vita che gli restavano? Scelse  di conoscere Babilonia, prima di andare a Tebe dove viveva suo padre.
Babilonia la Grande, la Bella, l’Opulenta! Ne aveva sentito sempre parlare.
La strada per Babilonia, però, si rivelò una vera delusione: era cosparsa di rovine, campi incolti, gente affamata e bande di malintenzionati.
Fermarono un mendicante e chiesero:
“E’ questa la via per Babilonia? Abbiamo, forse, sbagliato strada? Qui c’è solo miseria.”
“Ahinoi! – esclamò quello – La nostra principessa è bella e virtuosa, ma è anche la nostra rovina.”
“Com’è possibile? – stupì il principe – Una principessa bella e virtuosa non può essere la rovina del suo popolo.”
“Oh, sì! E’ così bella, che da ogni parte del mondo arrivano principi per chiedere la sua mano. Si fanno guerra fra loro e quel che vedi, straniero, ne è il risultato.”
La morale è che gli Antichi Egizi non amavano la guerra e che i Faraoni Guerrieri non furono così numerosi.
“Il vostro Sovrano non fa nulla per evitarlo?” domandò il principe.
“Certamente sì! Ha consultato il nostro Dio, Marduk e il consiglio è stato di erigere una Torre e di rinchiudervi la principessa per darla in sposa a colui, fra i pretendenti, capace di scalare le mura.”
“Non mi pare un’impresa difficile.” replicò il principe.
“Quelle mura sono ricoperte di specchi e chiunque tenti di farlo, scivola giù ai primi tentativi e deve rinunciare all’impresa e andar via.”
Arrampicarsi sugli specchi: è facile capire la morale di questo tratto della favola.
Il principe volle tentare l’impresa.
Sarà perché desideroso di compiere una grande impresa prima di morire, sarà perché qualche volta anche le imprese impossibili si realizzano… sarà perché siamo all’interno di una favola, ma il principe riuscì nell’impresa.
Alla principessa, però, dovette confessare che aveva solo pochi giorni di vita e non poteva sposarla, ma che era felice di aver salvato il suo Paese dall’invasione straniera.
La principessa, però, volle diventare ugualmente la sua sposa e così, dopo la cerimonia nuziale, il principe si apprestò, in tutta fretta, a tornare a Tebe per presentare la sposa al padre.
Durante il viaggio la piccola carovana alzò le tende lungo le rive di un fiume; guardie armate sorvegliavano affinché nessun coccodrillo o serpente si avvicinasse alla tenda del principe. Per di più, la principessa vegliava, mentre il principe dormiva.
Verso l’alba, il cane cominciò ad agitarsi e la principessa vide un’orrida testa di serpente sbucare da sotto la tenda. Chiamò i servi, che uccisero il grosso rettile a bastonate.
Il principe, intanto, continuava a dormire.
“E’ quasi giorno. – si disse la principessa – I servi sono all’erta… nessun coccodrillo, ormai, potrebbe entrare qui dentro.”
E così, stanca e assonnata, si addormentò. Proprio nel momento in cui stava svegliandosi il principe che la guardò con tenerezza e pensò:
“Ha vegliato per tutta la notte… lasciamola riposare.”
Si alzò e lasciò la tenda, poi si portò in direzione del greto del fiume per bagnarsi il volto e gli occhi.
Fu allora che la vide. Vide una creatura orrida e affascinante insieme, che esercitò su di lui, in egual misura, attrazione e repulsione.
“Chi sei? – domandò – Come ti chiami? Che cosa fai qui?”
La creatura rispose:
“Sono il tuo Destino. Il mio nome è Coccodrillo e ti aspetto da diciotto anni.”
Quel giorno il principe compiva diciotto anni, ma… la sorpresa sta proprio qui: non conosceremo mai il destino del principe poiché il papiro su cui è scritta questa favola è rotto e il pezzo mancante, con il finale, è ancora sepolto da qualche parte nella sabbia della necropoli di Deir-el-Medina, in Egitto, dove è stato rinvenuto, nella tomba di un ragazzo.
E adesso, dite… non sembra una favola scritta oggi? Se non ci credete, andate al Museo de Il Cairo e troverete il papiro custodito in una bacheca.

nota dell'AUTRICE: se non proprio della favola scritta più antica, questa é certamente  una delle più antiche. In epoca più lontana, favole e tradizioni si tramandavano per via orale... anche la Bibbia e altre opere, ci sono giunte attraverso racconti riportati di generazione in generazione e con possibili ed inevitabili contaminazioni.


lunedì 21 luglio 2014

LA METAMORFOSI di ANUBI


  LA METAMORFOSI

(Brano tratto da: "DJOSER e lo Scettro di Anubi"

.............. Infreddolito e triste, nell’attesa del sonno che non arrivava, Djoser pensava a quella culla scurita dal tempo ma ancora attaccata al soffitto di casa.
Le mani cercarono il filatterio legato al collo, un astuccio di canne contenente iscrizioni incise su un frammento di papiro; formule per propiziarsi il sonno. Glielo aveva messe al collo sua madre.

Improvvisamente avvertì la sensazione di non essere più solo e che la  luce  della  Luna   lo scaldasse   quasi più delle fiamme del bivacco.

Aprì gli occhi e balzò a sedere: sdraiato di fronte a lui dall’altra parte del fuoco, c’era uno sciacallo. Superato il primo moto di timore, Djoser restò a guardarlo. Capì subito che non si trattava di uno sciacallo comune.

Avvolta dal chiarore della Luna e di quello delle fiamme del bivacco, la sagoma dell’animale si stagliava nitida contro il cielo blu intenso della notte.

Nero come la pece, era assai più grosso di uno sciacallo. Più grosso perfino di un lupo. Collo possente, muscoli poderosi sotto un manto di pelo raso, lo sciacallo si sollevò sulle zampe anteriori e lo fissò dritto negli occhi.



Un brivido attraversò la schiena del ragazzo, incapace di sottrarsi al richiamo di quello sguardo obliquo e verde. Lo vide tendere verso di lui il capo dal muso allungato ed aguzzo, spalancare le fauci e mettere bene in mostra le potenti mandibole e le zanne appuntite.

Ma non era un atto di minaccia, bensì la posa che lo sciacallo assume quando ulula alla luna. L’ululato tipico, dicevano al cantiere, che lo sciacallo lancia nei periodi che precedono la pioggia: fenomeno assai raro nel deserto.

Djoser comprese che qualcosa di prodigioso stava per accadere. Attese.

Ogni cosa intorno a lui pareva attendere un prodigio, perché quello era un luogo “Divino”, dove era possibile infrangere le   barriere del mistero e delle dimensioni: perfino i Faraoni lo avevano scelto per fissarvi le loro dimore eterne.



E il prodigio accadde.

Le zanne dello sciacallo, sporgenti fuori della bocca, lentamente rientrarono; così pure le unghie, lunghe e scure. Il muso, allungato e stretto, si appiattì. Nelle orbite oblique, gli occhi fiammeggiarono.

Umani o, forse, divini.

Il corpo, rannicchiato e curvo, si alzò; pian piano si allungò. Il pelo, nero e lucente, scivolò dentro il cuoio. Risucchiato. Fino a scomparire.

Alta, sempre più alta, la sua figura sovrastò, potente e fiera, quella del ragazzo. Anubi era davanti a Djoser e il  ragazzo, più attonito  e sbigottito che mai da quella stupefacente metamorfosi, lo guardava ammutolito.

“Oh, Anubi! -  proruppe - O Signore del Cammino Nascosto!”

“Perché non riposi?” domandò lo Sciacallo Divino e, come già nei meandri della Piramide, la sua voce fece fremere l’aria d’intorno e minacciò di spegnere le fiamme del bivacco.

“Il Deforme Bes, Dispensatore delle Sabbie Benefiche del Sonno, si tiene lontano dal povero Djoser. - si lamentò il ragazzo-  L’hai visto aggirarsi qui intorno, o Divino Sciacallo?”

Anubi non rispose a quella domanda, ma ne fece una a sua volta:

“Hai paura di me?”

Un poco, quella domanda stupì il ragazzo.  Il Signore del Cammino- Nascosto, si disse, sapeva ben leggere dietro la sua fronte e dentro il suo cuore e conosceva già la risposta. Così, decise di osare.

Osò guardarlo in faccia. Osò entrare nel suo fulgore divino. Sapeva bene di poterne restare incenerito. Stranamente, però, non aveva di questi timori. I suoi occhi scuri penetrarono tranquilli e sereni nello sguardo  della più misteriosa e temibile fra tutte le Divinità e Anubi gli permise perfino di entrare dentro la sua mente.

L’animo di Djoser si dispose a nuove emozioni. Era certo che lo Sciacallo Divino gli avrebbe mostrato i segreti della Duat, il Mondo-Rovesciato di cui era il Signore, che egli aveva sempre immaginato come un’enorme caverna tenebrosa e irta di insidie, in cui una folla di anime defunte vagavano   spaurite alla mercè  di terrificanti creature.

Fece un cenno del capo per dire che sì, aveva paura.
Il Nocchiero della Duat distese le labbra in un sorriso che il ragazzo non aveva visto mai sulla faccia di alcun essere umano.
“Non aver paura. – disse -  Tu nascesti in circostanze particolari e per questo possiedi virtù eccezionali. Tu sei un ragazzo curioso in cerca della Conoscenza. Sai che cosa è la Conoscenza?”
Il ragazzo scosse il capo.
“La Conoscenza, Djoser, allievo di Ptha, è la capacità di sollevare il velo di un mistero che ne nasconde un altro, senza restarne  sopraffatti.  Sollevare veli, però, comporta rischi. Tu, Djoser, figlio di Pthahotep, hai paura di osare?”
Djoser osò e la sua mente s’inoltrò ardita in quella del Dio e si confuse con essa; i loro pensieri si avvilupparono, simili a due cobra attorcigliati.
La prima sensazione che il sangue di Djoser conobbe e acquisì da quella  “fusione”, fu un senso di gloria, percepito da tutte le Identità che componevano la sua essenza umana. Soprattutto lo Spirito-Ka e l’Anima-Ba danzavano inebriati. Anche il Cuore-Ib esultava e perfino la l’Ombra-Shutbrillava come un sole riflesso in uno stagno,  tanto era lo Splendore all’interno del Signore del Mondo-di-Sotto. Una meraviglia infinita. Una  purezza   totale. Una  generosità ed una tenerezza incalcolabili.

Comprese perché Ka-beut, la Dea-Freschezza, avesse scelto di essere Sua figlia. C’era una Luce  Infinita dentro il Signore delle Tenebre. Una fiamma che splendeva in mezzo al tenebrore con la potenza del balsamo che libera da ogni dolore e paura; un fulgore grande quanto lo stesso cielo. Ma, proprio proveniente dal centro di tanto fulgore, Djoser sentì irrompere dentro di lui una sensazione nuova e improvvisa, simile all’aria che cambia per un temporale in avvicinamento o altro grosso evento atmosferico.
Quel cambiamento gli comunicò una pena ed un’inquietudine particolari, poichè erano la pena e l’inquietudine di Anubi: infinite quanto la Sua generosità. Non erano una pena e un dolore qualsiasi. Erano emozioni che non avevano nomi per essere definite.
C’era in quel dolore tutto lo sconvolgimento della Palude in cui Horo e Seth si erano scontrati per l’ultima volta; tutta la tristezza del distacco della Celeste-Nut dall’amato Geb, Signore della Terra.
La sua mente non era in grado di contenerle. Barcollò e sentì il corpo diventare rigido e pesante. Anubi lo sostenne; quasi lo strinse a sé. Immediatamente dopo, i loro pensieri si dissociarono, ma la voce del Dio tenne la mente del ragazzo sospesa nell’aria ancora per qualche attimo, come una goccia di sangue appesa alla punta di un pugnale, prima di staccarsi e dire:
“Vorresti conoscere la storia di Anubi, figlio di Osiride?”
(continua)
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A TAVOLA con i ROMANI

A TAVOLA CON GLI ANTICHI ROMANI
“Libi tibi – Marco aprì il banchetto e versò gocce di vino in onore degli Dei – Bacco consenta numerose coppe!”
Una schiava gli pose sul capo una corona di foglie e fiori che legò con un nastro dietro la nuca; anche lei portava sul capo rose e foglie intrecciate: un grazioso ornamento che doveva tenere lontano la sbornia. Nessuno ci credeva, naturalmente, ma quelle ghirlande appagavano il senso estetico e tanto bastava.
Tutti i convitati ebbero le loro ghirlande e tutti furono pronti a “lavorare di mascella”, come, poco prosaicamente, diceva Lucilio.
Arrivarono le prime portate: uova servite con molluschi e frutta ripiena; seguirono altri antipasti e un arrosto di vitello con funghi stufati al coriandolo. Fu la volta di galletti alla salsa di laserpizio, dall’odore nauseabondo, ma di straordinario successo sulle tavole dei più ricchi. Il vino non mancò: tante coppe da mandare giù; tante quante erano le lettere contenute nel nome dell’ospite.
“I tuoi cuochi sono veramente bravi, Marco.” esordì Silone.
“Ne sono lusingato. – rispose Marco – Hanno voluto compiacere questo povero soldato che dei piaceri della tavola non aveva più il ricordo. Assaggia questo.” disse e spedì al tavolo del liberto un cosciotto d’oca.
Affrancato attraverso una congrua manumissio, Silone era riuscito con spirito di iniziativa a farsi un buon patrimonio, ma era rimasto fedele e assiduo frequentatore della casa dell’antico padrone.
Pur non avendo diritti politici, i liberti erano uomini liberi a tutti gli effetti. Nerone e soprattutto Claudio, a costoro avevano affidato importanti cariche amministrative, tanto da formare un vero corteggio intorno alla figura del sovrano. Erano potenti e influenti; potenti al punto da permettersi di trattare i padroni con irriverenza e perfino arroganza, tanto da costringere il Senato a discutere di provvedimenti da adottare.
“Non avete ancora assaggiato questo porcellum hortolanum. – interloquì il senatore Cimbro Appio, buongustaio e frequentatore abituale della tavola di Marco, indicando il grande vassoio che due schiavi stavano appoggiando al tavolino centrale attorno a cui erano collocati i lettini – Verdure di prima scelta e liquamen di prima qualità, per questo porcello fatto ingrassare al punto giusto!”
Liquamen, salsa tipica, ottenuta dalla macerazione del pesce.
Con un cenno Marco ordinò di servirglielo per primo e Cimbro non si fece pregare e poi trasferì una parte dal suo piatto a quello di un giovane seduto su uno sgabello ai piedi del suo lettino.
“Prendi, Crispino e dimmi il tuo parere su questa salsa deliziosa.”
Crispino, giovane poeta, era giunto a Roma da poco con una lettera di raccomandazione per farsi annoverare nella clientela della famiglia Appia.
C’erano altri giovani seduti su sgabelli, l’effeminato Fausto, l’insofferente Sorano, l’astuto Casperio e ancora altri, tutti clienti al seguito dei patroni.
“Anche il vino è ottimo!”
Lucilio sollevò la coppa poi la tese alla schiava, una giovane tracia assai avvenente, bionda e procace, accorsa a sistemargli sul lettino la augusti clavia, la veste che con l’ anulus aureus e il cavallo, costituivano il distintivo dell’Ordine Equestre di cui faceva parte. Familiarizzare con le schiave era d’obbligo durante i festini ed era un piacere a cui il filosofo non avrebbe mai rinunciato.
“Orsù, belle. – diceva, rivelandosi anche seguace di Epicuro – Correte tra le braccia di Lucilio e scacciate le sue malinconie.”
Un invito che compiacenti schiave non si fecero ripetere: quelle non impegnate a vezzeggiare Milos, l’ospite più celebrato, letteralmente soffocato dalle loro effusioni.
Marco Valerio, che da buon padrone di casa si preoccupava che nulla mancasse a ognuno dei suoi ospiti, sorrideva indulgente.
“L’amico Lucilio- pensava- deve aver proprio ragione: quel trace è proprio un “puellarum suspirium”. Varrà la pena, forse, fare il tifo per lui ai giochi gladiatori.”
Quasi gli avesse letto nel pensiero, una delle ancelle domandò, chinandosi a riempire la coppa tesa del bel gladiatore:
“Dicono che affronterai il toro più cattivo che si sia mai visto.”
“Sarà una sorpresa.- rispose per lui il lanista – Ho promesso a Cesare uno spettacolo che resterà negli annali gladiatori.”
Crescens era il lanista più noto non solo a Roma, ma in tutto l’impero. Gli uomini della sua “scuderia” erano i migliori atleti. Per di più, era anche onesto. Non come certi impresari che promettevano campioni ed offrivano brocchi. Nessuno dei munera, committenti dei giochi, si era lagnato mai dei suoi atleti.
“Non finisca come Proculo, incornato dal suo primo toro! – interloquì Cimbro, tracannando con indifferenza – Sia la mia ultima coppa se mento affermando che è il miglior vino che il mio palato abbia gustato mai. Neanche il vino di Bacco è così inebriante!”
Cimbro apparteneva a quel patriziato, l’hordo senatorius. che, pur restando il ceto più elevato tra i cittadini di Roma, era avviato verso una progressiva decadenza.
“Vuoi suscitare l’ira di Bacco?” lo redarguì qualcuno.
”Oh, no… no! Quand’anche sia convinto che se gli Dei tutti precipitassero dall’Olimpo solo Bacco vi resterebbe…”


“Cimbro! Cimbro! – lo ammonì Lucilio – Non burlarti degli Dei!”
“Per Nettuno! – il vino scioglieva la lingua – Non voglio sfidare gli Dei, né burlarmi di loro. Voglio invece invitarli a questo banchetto. Più che nettare è questo vino!.. Ne convieni anche tu, Calpurnia?”
“Oh, Cimbro! – ridacchiò la donna – Sei irriverente con gli Dei!”
“E perché mai? – insisté quello – Ti sei mai chiesto perché i nostri padri abbiano inventato un Dio unico per ladri e mercanti?”
“Cimbro! Cimbro!… “
Non più giovane, giunonica, le labbra petulanti e strette, la donna cercò di ammansirlo.
Vestiva con ricercatezza ed eleganza; sulla tunica di porpora ricamata in oro ostentava una palla, un mantello verde di preziosa sete. Era sommersa da gioielli e ammantata di un profumo dolciastro e penetrante. Sporgendosi per prendere un fico da un cesto fuori del circolo dei letti, raccolse la lunga collana che le pendeva dal collo, un raffinatissimo gioiello depredato in terra lontana: Dacia, forse, Dalmazia o Bretagna.
“Vengono dalla Giudea questi fichi?” domandò a Marco Valerio, abbandonandosi languida sul petto del compagno.
“Sono molto gustosi.” Marco assentì col capo; guardandola pensò che da quando la moda permetteva alle donne di prender posto sdraiate accanto agli uomini invece che sedute, i banchetti finivano sempre per trasformarsi in orge. (continua)
si può richiedere il libro “LA DECIMA LEGIONE – Panem et Circenses” di MARIA PACE (da cui é tratto il brano)
direttamente presso la Casa Editrice MONTECOVELLO


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domenica 13 luglio 2014

" GELOSIE" - brano tratto dal Capitolo XIX - IL RAIS




                                   *******
Seduti in circolo a gambe incrociate nel grande piazzale davanti alla tenda di Rashid,  tutta la tribù era presente per festeggiare il suo ritorno e quello della principessa Jasmine: bianchi mantelli, abiti sgargianti, pugnali, fucili e strumenti musicali; alle loro spalle la luna illuminava la sabbia.
Sir Richard, gambe incrociate, pugnale infilato alla cintola, parlava con lo sceicco Harith seduto alla sua destra. Parlavano dell'ultimo acquisto di armi, una mezza dozzina di fucili provenienti dall'Italia da pochi decenni riunita, precisamente da quello che il professor Marco Starti chiamava Stato Pontificio, cui qualche trafficante d'armi era riuscito a portar via.
A Sahab arrivavano armi da ogni parte d'Europa, come ad ogni altra tribù del deserto, le quali  facevano affari con italiani, francesi, tedeschi e inglesi, naturalmente.
Harith mostrò il fucile che teneva in mano e sir Richard non riuscì a trattenere la mordace e pacata ironia di cui era dotato:
"Ecco una canna che è passata dal servizio di Cristo a quello di Allah!" disse, da buon miscredente qual era.
Si aspettava la replica, naturalmente, ma le note del tandir di Selima, la Favorta di Rashid, lo salvarono dall'imbarazzo.









"Oh, brava Selima. - esordì sorridendo Zaira - Allietaci con la tua musica... é dolce e malinconica, ma assai bella."
Selima restituì il sorriso.
"E' una melodia che mi ha insegnato Letizia. - spiegò - E' il canto d'amore di una fanciulla che si strugge per un amore non corrisposto..."
Di fronte al lord inglese, dall'altro lato del circolo, Letizia appariva assorta e distante. Irraggiungibile; neppure il suono del suo nome parve scuoterla.
Aveva  di fianco le due donne di Rashid: la principessa Jasmine a destra e Selima alla sinistra; di fronte, invece, sedevano Harith e Fatima. Parve  scuotersi, infine  e fece convergere lo sguardo sulle corde dello strumento nelle mani di Selima.
Sollevò il capo e  lasciò vagare d'intorno lo sguardo, sulle note dolcissimamente malinconiche della musica, ma finì per naufragare in quello di Harith, scuro e penetrante, che la fissava con intensità tale da contrarle la carne e procurarle quello stato di gaudiosa e tormentosa eccitazione.
Si guardarono, con quella tenerezza  e quell'amore potente come la forza di una tempesta di sabbia, ma lei si sottrasse subito a  quel richiamo e spostò lo sguardo sulla donna seduta al suo fianco.
"E' bella! - pensava - E'  grassa e opulenta come piace a loro... agli uomini... Come piace ad Harith... "
Guardava la  rivale; fissava la sua figura fin troppo opulenta che si perdeva nell'ombra di sete e damaschi e su cui, qua e là, al lume della luna balenavano discreti:  orecchini, collane e bracciali. E pensava, mentre la guardava, di non avere strumenti per contrastarne le segrete, sapienti insidie  amorose di cui la supponeva maestra: dietro quel velo sapientemente calato sul viso, ne era certa,  dovevano nascondersi fascini segreti e pratiche amorose per conquistare un uomo, che lei, però, non conosceva.

Fatima era la sola donna col volto velato; tutte le altre portavano solo un velo sui capelli. Fu per questo, forse, che con un gesto di ribellione se lo lasciò scivolare sulle spalle, mettendo in mostra la luminosità dorata dei lunghi capelli biondi e attirando immediatamente su di sé tutti gli sguardi e cogliendo fuggevolmente quello di disapprovazione di Harith, che lei continuava ostinatamente a sfuggire.
E intanto,  quel  tarlo, la gelosia, correva nel sangue e nelle vene e raggiungeva il cuore, sottile e penetrante, capace di  rodere l'animo con un sol respiro.
Soffriva e la mente vacillava. Una sola cosa riusciva a pensare: appartenere a lui le era necessario e vitale più della vita stessa e  non poté impedirsi di tornare a rituffare lo sguardo in quello di lui, nero e ardente, colmo di illusorie promesse. E d'improvviso, un piacere quasi folle la colse: la sensazione che anche lui soffrisse.
Dopotutto, c'era una certa "giustizia morale" nella sofferenza di lui, si disse. Ma poi, Fatima che gli si accostava e lui che si chinava verso di lei, riaccese la sua pena. Chiuse gli occhi e si attanagliò le mani intorno alle braccia premendo con forza e provando un piacere sadico nel conficcarsi le unghia nella carne per placare la pena dello spirito.
Quasi si stupì che  qualcuno ridesse e scherzasse, proprio accanto a lei, ignaro della sua sofferenza: la principessa Jasmine protesa in avanti per dire qualcosa a Selima.
Letizia le guardò entrambe; le fissò  stupita e interdetta...  Gelose! Non erano gelose l'una dell'altra? Soprattutto Selima, per le attenzioni che Rashid riservava quasi esclusivamente alla principessa Jasmine.
E Jasmine? Non era gelosa di Selima?
Avevano la stessa età, lei e Jasmine e quando Harith la guardava con quello sguardo inafferrabile, all'inseguimento di pensieri audaci e proibiti che la riguardavano e la facevano arrossire, lei sentiva la propria carne contrarsi dal piacere e non avrebbe voluto vederlo guardare un'altra donna con quello stesso sguardo.
Rashid non aveva mai guardato Jasmine a quel modo? Non era mai balenato, nella mente di Jasmine, il pensiero che Rashid avesse guardato la sua Favorita proprio a quel modo, facendole sentire quello spasimo proibito e furtivo  nel desiderare le sue carezze?  Lei sì! Non poteva evitarsi di pensare alle mani dolcemente brutali di Harith  mentre percorrevano  il corpo di  Fatima, così come aveva fatto con lei; alla presa intensa e dolce, tenera e predace con cui le faceva intendere che la voleva solo per sé, mentre lei non sopportava che lui potesse volere per sé anche Fatima.
I fuochi dei bivacchi, d'intorno, baluginavano; a spezzare il suo taciturno disagio arrivarono risate, voci e gridolini: un gruppo di ragazze con piatti fumanti e vassoi pieni di coppe e brocche.


Si alzò e andò loro incontro. Prese dalle mani di una delle ragazze un grosso piatto di terracotta contenente del cus-cus, e  cominciò a distribuire, con gentilezza aggraziata, muovendosi agile nella tunica di seta blu-indaco.
Gridolini, bisbigli, risate, confusione e  il tintinnio delle brocche che si toccavano  e   l'allegria che aveva conquistato tutti.
Tutti meno lei.  Cominciò a servire quelli che stavano seduti alla sua  sinistra; riempì per primo il piatto di Selima, poi passò ad Ibrahim, che con disinvoltura cominciò a frugare nel piatto, lasciandovi, però, i pezzi migliori.
Era la volta di Fatima, che sporse verso di lei la piccola mano grassoccia per afferrare dal vassoio e portarlo nel proprio piatto una polputa coscia d'anatra; la ragazza sollevò su di   lei lo sguardo e le sorrise.
Letizia rispose al sorriso e mentre si rialzava sul busto e  distrattamente lanciava un'occhiata sulla sinistra,  il vassoio, semivuoto, le tremò in mano, tanto che dovette sorregerlo con entrambe:  le mani di Fatima e quelle di Ibrahim erano teneramente intrecciate.
Letizia impietrì e il senso di ingiustizia morale fece emergere dai meandri più profondi del suo intimo quel sentimento di  velato rancore  che, una volta innescato, era impossibile da dominare: Harith la preferiva ad una donna che lo tradiva con un altro!
(continua)
bran o tratto da   IL  RAIS  -  su   AMAZON.it

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dall'album LA DECIMA LEGIONE

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dall'album DJOSER

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Djoser

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dall'album LA DECIMA LEGIONE

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dall'album LE DECIMA LEGIONE

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nel circo

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