domenica 18 febbraio 2018

I BIMBI della FORNACE





A un cenno di Shannaz rasentammo un laghetto frequentato da anatre ed oche e confortato dall’ombra di palme e sicomori che ospitavano famiglie di chiassosi pivieri, ibis ed altri uccelli. D’intorno, il profumo di piante rare ed esotiche, giunte da luoghi lontani, menta e incenso, rose e gigli, si mescolava con quello di loti azzurri e bianchi, rampicanti, piante di fichi e tamarindi.Un alto muro di cinta interruppe d’un tratto i nostri passi. Attraverso una stretta apertura e un tortuoso budello, passammo dall’altra parte.
Ci vennero incontro macerie ed immondizia, insieme ad un penetrante odore di terracotta ancora calda. Di colpo si aprì davanti a noi un mondo da incubo.Un esercito di piccoli fantasmi si muoveva in mezzo a un denso fumo nero che ammorbava l’aria: fanciulli e fanciulle di tenera età. Inorridii e mi girai verso la mia amica.
“E’ da qui che vengo io.” disse lei. Io non trovavo parole per quel luogo di castigo a cielo aperto.
Guardavo cumuli d’argilla scavata e impastata, trasportata e lavorata da piccoli piedi e piccole braccia, che lavoravano credendo di giocare; che giocavano faticando.
Volti sporchi ridevano ed urlavano; sguardi immobili penetravano l’aria. Piccole mani rovistavano, trovavano, raccoglievano oggetti tra montagne di spazzatura e rifiuti. Cercavano tutto quanto serviva ad alimentare il fuoco di alcuni forni le cui bocche vomitavano fumi maleodoranti: bimbi curvi sotto grosse ceste di polvere e cenere e altri che setacciavano e impastavano.
Piccole mani d’artista davano vita e forma all’argilla. Io guardavo l’argilla superflua che cadeva dalla superficie tondeggiante dei vasi come grossi trucioli. Guardavo i mucchi informi che prendevano vita. Guardavo la fatica e lo spasmo nascosto sotto sguardi e sorrisi: guardavo la fatica e la sofferenza!
Piccoli fantasmi ridevano, piangevano, scherzavano, gridavano, tossivano, starnutivano e ancora ridevano, litigavano, come in un gioco, tra fango e sporcizia: tutto questo sotto lo sguardo impenetrabile di vecchie sacerdotesse guardiane, indolenti e ben pasciute dalle carni dei sacrifici giornalieri. Sedute per terra o su basse sporgenze sassose, bevevano birra e biascicavano preghiere e con gesti stanchi di noia cercavano di liberarsi dal tormento delle mosche, ma seguivano con occhio vigile ed espressione assuefatta ognuno di quei fantasmi.
E’ facile che un bimbo scambi per gioco il lavoro e allora bisogna mutilarne gli slanci!
Tutte loro, mi spiegò Shannaz, avevano conosciuto quella sorte.
“Chi sono questi bambini e queste bambine?” chiesi.
“Sono chiamati a servire la Splendente.” rispose una vecchia sacerdotessa alle mie spalle.
“La Splendente non è mai entrata qui.” replicò Shannaz.
“Non servi anche tu la Splendente, forse?” l’apostrofò con accento di rimprovero la vecchia.
“Non ho scelto io di servirla. – rispose Shannaz – E neppure tu hai avuto scelta, vecchia Semet.”
La vecchia ebbe un moto di stizza e si girò verso di me.
“Ma non la senti, mia signora, questa scervellata? Questa sfrontata? Ciò che esce dalla sua bocca è empio e…”
(continua)
 brano tratto  da  AGAR  di Maria Pace
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